Una vita centrata sulla persona

Una vita centrata sulla Persona

Un albero che le due braccia
fa fatica ad allacciare
è nato da una radicella
sottile come un capello;
una torre di nove piani
si innalza
da un monticello di terra;
un viaggio di mille stadi
è incominciato da un passo.
(Lao Tzu)

Vieni con me! Muoviamo insieme un primo passo, di ispirazione orientale, nel breve viaggio di esplorazione della concezione di vita centrata sulla Persona di Carl Rogers. Carl Rogers? Intendiamo il filosofo esistenzialista, psicoterapeuta, fondatore del counseling moderno? Si, proprio lui.

Rogers ha dato il via alla sua indagine circa l’essere umano dalla osservazione dei fenomeni naturali e degli organismi viventi. Il suo sguardo si è posato, dapprima in maniera oggettiva e poi via via sempre più personale, nelle profondità di quella tendenza attualizzante (resilienza) che permette ad ogni organismo di sopravvivere e realizzare la propria motivazione di essere in condizioni favorevoli o sfavorevoli, in presenza o assenza di stimoli, esterni ed interni. Gli studi di biologia, chimica e fisica hanno aperto e svelato a Rogers la direzione verso quel processo di auto-consapevolezza che attribuisce agli organismi il loro specifico spazio nell’ecosistema e all’uomo il suo essere unico quale Persona.
Nel ciclo di vita attivo la tendenza attualizzante o direzionale spinge alla conservazione, all’accrescimento, alla riproduzione e, in modo particolare, conduce verso la differenziazione degli organi e delle funzioni proprie dell’organismo. Organismo che, quindi, ha controllo su quanto può fare e sopportare per mantenersi vivo e rendersi indipendente da fattori esterni,
generando così la sua unitarietà.

Medesimo movimento che si realizza nel processo di counseling che, ormai lo sai, è base della mia professione. Due Persone, counselor e cliente, si incontrano nel momento in cui uno dei due si vive in conflitto e crisi.
Così come l’alga di rogersiana memoria(*) , sferzata dalla forza del mare e dall’impeto di venti e tempeste resiste tenace aggrappata alla sua roccia per non soccombere, allo stesso modo il cliente è lacerato da forze, interiori ed esterne, che lo muovono in direzioni opposte. A differenza dell’alga, però, egli sembra incapace di lottare e destinato a naufragare tra i flutti della sua frattura interiore.

Spetta al counselor creare le condizioni facilitanti nelle quali il cliente si senta libero da condizionamenti e giudizi, accolto in maniera incondizionata, ascoltato nella pienezza del suo essere in modo viscerale.
Il counselor è chiamato ad instaurare un clima di ascolto empatico e favorisce il processo di svelamento del cliente, lo accompagna nella eliminazione di quella maschera che preme sul viso inibendo la libera e piena espressione di sé. Prendendo a prestito le parole di Pirandello: “(…) maschere, maschere … (…) ciascuno si racconcia le maschere come può – la maschera esteriore. Perché dentro, poi, c’è l’altra che spesso non si raccorda con quella di fuori (…). Il counselor condivide con il cliente le sue esperienze, le sue emozioni, i suoi sentimenti come se fossero i suoi, attribuendo piena fiducia a colui che, messosi a nudo, sta muovendo i primi passi verso il suo essere unitario.

Quanto più il counselor rimane in ascolto e rispecchia l’altro, tanto più l’altro si riflette in lui, avvolto da una coltre calorosa intessuta con i fili della stima, della comprensione, della vicinanza e dell’Incontro.
Aristotele trattò dell’essenza del teatro e delle sue maschere quale mimesi, traducibile non solo con “imitazione”, ma anche con “rispecchiamento”: come se, per millenni, il teatro, inconsapevolmente, avesse utilizzato il funzionamento dei neuroni a specchio che rimandano al processo proprio del counseling. Le risposte empatiche del counselor incoraggiano le esplorazioni più profonde, immergono nella conoscenza più intima di ciò che il cliente sta sperimentando. Attraverso la maggiore comprensione di sé, resa unica dallo stare del counselor, privo di contraddizioni e congruo, il cliente assume un atteggiamento valorizzante di sé e comincia ad osservarsi con occhi differenti: guarda a se stesso in modo benevolo, attraversa i suoi sommovimenti interiori attribuendo loro un nome preciso e si dà il permesso di prendersi cura di sé.

Obiettivo del processo di counseling è generare una persona sana ed integrata che viva con piena fiducia in se stessa le proprie esperienze, mantenendo in stretto e coerente rapporto i processi consci e quelli inconsci del proprio organismo.
La maggiore valutazione di sé porta ad una lettura degli avvenimenti vissuti più costruttiva, conduce a quell’insight che il counselor agevola non necessariamente per giungere alla risoluzione del conflitto, quanto per ridefinire una struttura più unitaria del sé in un processo continuo di maturazione e crescita.

Identico processo di maturazione e crescita che io, “radicella”, continuo a condurre attraverso “l’ascolto di quello che ho dentro al petto e che non ho mai detto” – parafrasando il verso di una canzone – per poter essere ed accompagnare gli altri che a me si rivolgono ad essere “un albero che le due braccia fa fatica ad allacciare”.

(*) La vita è come un’alga dal fusto snello, in riva all’oceano, che rimane dritta, resistente, flessibile, mantenendosi e migliorandosi nella crescita. In quell’alga simile ad una palma si trovano la tenacia e la persistenza della vita, la capacità di resistere ad un ambiente incredibilmente oscuro, riuscendo non soltanto a sopravvivere, ma anche ad adattarsi, a svilupparsi e divenire se stessa (…), La terapia centrata sul cliente (1963).

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